|
Savignano, sia per le bellezze ambientali e
paesaggistiche che per il clima, è stato riconosciuto
centro turistico dall’Ente Provinciale del Turismo.
Oltre alle bellezze anzi descritte vale la pena visitare
la località Bosco-Lago Aguglia- Sorgente sulfurea,
infatti nei primi di luglio sarà inaugurata una
passeggiata ecologica che porta direttamente alla
sorgente che si trova alle pendici del Monte Sant’Angelo
(m.804, punto più alto del territorio savignanese).
La flora è a macchia mediterranea e conifere e per la
fauna vi è la presenza di falchi, cinghiali, lepri,
volpi, ciò a dimostrazione che l’ambiente è ancora
incontaminato.
Classificazione dei Borghi più belli d’Italia –
Savignano Irpino
Profilo del Borgo
Popolazione residente: 1334 abitanti, dati Istat del
2001
Superficie: Kmq. 38,2
Altitudine: m. 718 s.l.m.
Densità abitanti: 34
Distanza dea capoluogo: Km. 75
Frazioni: Savignano Scalo – Loc. Ischia Montaguto Scalo
Il territorio: La roccia è di natura sedimentaria. Le
argille abbracciano tutte le gamme di durezza.
Savignano Irpino, in provincia di Avellino, sorge a 718
metri sul livello del mare ed il suo territorio, in ottima
posizione panoramica domina il fondovalle del Cervaro.
Delizioso, quasi una bomboniera, il piccolo centro
abitato, dove le case sono comprese tra il Castello e la
Chiesa di San Nicola. Savignano sorge in una posizione
elevata, tanto da regalare agli occhi del visitatore uno
splendido panorama e un’aria davvero salutare.
Molte sono le testimonianze storiche e le presenze
archeologiche presenti sul territorio, reperti che
testimoniano per lo più insediamenti dell’era
paleolitica. Risulta, poi, che diversi gruppi etnici si
siano succeduti nella zona: gli Umbro-Sabelli, gli Entri,
gli Osci e gli Irpini di origine Sannita.
Alcuni documenti del XII secolo riportano una divisione
di Savignano in due paesi, mentre una frazione formava,
insieme con Greci e Ferrara, una sola Baronia. Numerosi
sono stati i Signori succedutisi sul dominio di
Savignano e tra essi ricordiamo: Manfredo Maletta, Novello
Dolfi, Bernardino e Francesco Spinelli. Nel 1727
l'Arcivescovo Orsini, in seguito Papa Benedetto XIII,
fece dono ai savignanesi di un ospedale denominato "Hospitus pro
peregrinis", attualmente sede del Municipio e noto come
palazzo Orsini.
Savignano sposa perfettamente la propria storia con la
bellezza suggestiva dei suoi luoghi: tappa obbligata è
la località ad est del centro urbano, compresa tra il
bosco, il Lago Aguglia e la Sorgente Sulfurea, ai piedi
del Monte Sant'Angelo e sul torrente Cervaro.
E' comune d'Europa, gemellato con il Comune francese di
Savigneux (F) e Essenbach (D).
Stemma del Comune

"...d'azzurro, lo stemma è diviso in due parti da un
nastro rosso recante la scritta d' oro Sabinianum: nella
parte sinistra due querce sono sormontate da un lupo
marrone e linguato di rosso uscente dal nastro; nella
parte destra tre spighe di grano dorate sono sormontate
dal sole d'oro raggiante".
Si tratta di un tipo di stemma che vuole richiamarsi al
paesaggio tipico del comune: il lupo infatti è un po' il
simbolo di tutta l' Irpinia, mentre il grano è il
prodotto agricolo tipico di Savignano Irpino.
Cenni Storici
Il toponimo del paese deriva dal nome latino Sabinius
che indica probabilmente un antico proprietario terriero
della zona; infatti un'iscrizione lapidaria rinvenuta in
loco attesta l'esistenza nel periodo romano di un
preesistente Fundus Sabinianus. Nonostante il nome del
paese sembra da ricondursi a popolazioni italiche
pre-romane (i Sabini), non è tuttavia da escludere l'
ipotesi secondo la quale esso derivi dal nome di un
generale dell' Impero Romano d' Oriente.
A Savignano sono state riconosciute origini
antichissime. Il sito, infatti, tra i più estremi dell’Irpinia
e ai confini con la Puglia, si prestò favorevolmente al
passaggio degli antichi tracciati viari, tra cui il
tratturo per Zungoli, braccio laterale del Regio
Tratturo Pescasseroli - Candela. Si ipotizza per il
paese una possibile fondazione sannita. Per gli scarsi
ritrovamenti archeologici si è ipotizzata una prima
presenza umana sul territorio nel Paleolitico; tra i
gruppi etnici che si sono susseguiti in quest’area i più
noti furono gli Japigi, gli Umbro- Sabelli, gli Enotri,
gli Osci ed infine gli Irpini, questi ultimi di origine
sannita.
La prima documentazione disponibile relativa a Savignano risalirebbe al 702 o al 902 (per altri al
988).
In essa viene riportata la denominazione di
castrum Sabiniani a proposito di una donazione del
villaggio fatta dai principi beneventani Pandolfo III e
Landolfo VI a Pondone, conte longobardo di Greci. La
storia di Savignano è strettamente legata a quella del
territorio di Ferrara. Nell’ XI sec. la baronia,
compresa Savignano, fu sottoposta al dominio
normanno dei discendenti degli Altavilla e, in particolare,
in quel periodo risultò essere signore della baronia
Gerardo, fratello di Giordano conte di Ariano. Grazie a
Gerardo il borgo beneficiò della realizzazione di una
notevole opera di fortificazione. Altro personaggio che
incise sulla storia del luogo fu Savignano Dauferio,
figlio di Gerardo, artefice di una cospicua donazione al
monastero di Santa Maria di Porta Somma in Benevento la
cui badessa era la sorella Betlemme. Tale donazione
riguardò alcuni beni compresi nel territorio di
Savignano e cioè il casale di Sant’Angelo de Ingenus, le
chiese di Santa Barbara e di Santa Giuliana, il feudo di
Santa Croce.
Nel 1140 la contea di Ariano venne divisa ed
il conte di Savignano, nonostante avesse perso il
titolo, riuscì a mantenere il possesso del feudo ed
alcune cariche nell’amministrazione. A quel tempo
Savignano, com’è riportato nel Catalogo dei Baroni, era
un feudo di un solo "milites". Nel 1193 Savignano
risulta sotto il governo di Saralo Guarna, finché quest’ultimo
venne giustiziato reo di essersi ribellato a Tancredi
d’Altavilla e di aver parteggiato a favore di Enrico VI.
Il feudo passò allora a Giacomo Guarna. Un antico
manoscritto di Carlo Aristide Geranio Rossi, rende noto
il lascito che gli Svevi fecero ai discendenti di Saralo;
inoltre, da alcuni documenti del XII sec. risulta che in
pieno Medioevo la tenuta di Savignano si componeva di
due paesi, il casale ed una frazione limitrofa. Passato
sotto il dominio degli Svevi, Savignano compare in un
documento indirizzato al Giustiziere del Principato, tra
le "Universitas" che contribuirono alle spese per la
riparazione del castello di Sant’Agata di Puglia, secondo
le disposizioni date dall’imperatore Federico II di
Svevia nel periodo tra il 1239 e il 1243.
Nel 1229 Manfredi Maletta, parente di re Manfredi, acquistò Savignano che fu sottratta con altre proprietà da Carlo
d’Angiò. Dopo la conquista angioina nel 1266 Savignano
cambiò, come di consuetudine, feudatario; difatti, nel
1274 Carlo I d’Angiò concesse nel 1274 l’intera baronia
a Guglielmo de la Lande. Il passaggio di domino fu
particolarmente traumatico per Savignano, abitata
all’epoca da spagnoli catalani, con devastazioni tali da
provocare l’abbandono dei feudi. Per tale motivo nel
1275, per volere dello stesso sovrano, Savignano fu
privilegiata con la dispensa dal pagamento del
contributo obbligatorio per il mantenimento
dell’esercito angioino nell’ambito delle azioni belliche
nei confronti di Lucera, difesa dai Saraceni di re
Manfredi di Svevia. Nel 1299 Manfredi Maletta fu
reintegrato, per intercessione di papa Bonifacio VIII,
dei suoi beni. Tuttavia tra questi non fu incluso
Savignano, che rimase alla famiglia de la Lande. Con il
matrimonio tra Bertranda, figlia di Guglielmo de la
Lande con Novello Dolfi Spinelli, la baronia passò a
questa famiglia cui rimase fino al gennaio 1445. Il
successivo signore fu difatti il frutto di questo
matrimonio, Galasso Spinelli.
Il territorio dimostrò negli anni una certa tendenza
all’eresia cosicché fu significativo in quel periodo la
stabilizzazione di alcuni rappresentanti ecclesiastici
con residenza a Savignano. Secondo un manoscritto del
1413 il feudo fu venduto agli Spinelli, Berardino e
Francesco. Durante il loro governo pare sia stato
prigioniero nel castello di Savignano, ad opera di
Jacopo della Marca, promesso sposo della vedova Giovanna
I d’Angiò, Francesco Sforza, futuro duca di Milano.
Sembra inoltre che lo stesso Sforza fosse riuscito ad
evadere ed a riottenere nel 1416 il feudo di Savignano,
per volere della neo regina Giovanna II .
Con la
conquista del Regno da parte di Alfonso I d’Aragona, dopo
la scomparsa della regnante angioina, nel 1442 esso
passò nuovamente agli Spinelli. Nell’archivio
Sanseverino è custodito un documento, contenente un
ricorso contro il malgoverno ed i soprusi dei fratelli
Spinelli nei confronti del popolo savignanese. In
seguito fu tra i possedimenti dello spagnolo Innico de
Guevara, fedelissimo della dinastia aragonese, Gran
Siniscalco, marchese del Vasto e conte di Ariano,
Potenza e Apice. Il successore di Innico per quanto
riguarda i feudi di Savignano, Greci e Buonalbergo fu
Giovanni Guevara dimostratosi fedelissimo nei confronti
del re Ferdinando d’Aragona tanto che riuscì a mantenere
i suoi possedimenti anche dopo la Congiura dei Baroni
quando a causa del comportamento di Pietro de Guevara,
questa famiglia perse diverse proprietà. Nel 1527 i
Guevara acquistarono il feudo di Panni.
Nel 1563 Guevaro
de Guevara acquistò il ducato di Bovino di cui nel 1575
Giovanni II di Guevara ricevette il titolo di duca. In
epoca rinascimentale il castello subì delle
trasformazioni che lo mutarono in palazzo gentilizio. Il
XVII sec. fu molto buio, il luogo fu angustiato da
diverse calamità tra guerre, carestie e pestilenze che
ne decimarono la popolazione. Nello stesso secolo è nota
la presenza di frati francescani cappuccini che
abitavano il convento di S. Rocco , convento che fu
probabilmente soppresso ad opera della bolla Instaurandae emanata il 15 ottobre 1652 da papa
Innocenzo X che decretò la chiusura di tutti i conventi
che non erano in grado di provvedere autonomamente al
mantenimento dei religiosi. Con un rescritto del 29
maggio 1700, dato a Madrid, si concede ai Guevara il
titolo di conti di Savignano. Il primo di essi fu Carlo
Antonio II de Guevara, figlio di Giovanni IV de Guevara,
duca di Bovino.
Nel 1727 papa Benedetto XIII fece
realizzare a sue spese l’intero complesso dell’"Hospitius
pro peregrinis" noto anche come palazzo Orsini dal nome
della famiglia del pontefice ed attuale casa comunale. Esso
sorse per far front all’esigenza di accoglienza di
malati e pellegrini. Durante i moti della Repubblica
napoletana Savignano pagò il suo contributo in vite
umane ed in particolare del sindaco Domenico Albani che fu
ucciso nella piazza del paese il 17 febbraio 1799.
Nel
1801 il paese, appartenente in precedenza al Principato
Ultra, diventò di pertinenza della zona nella parte
settentrionale della Puglia denominata Capitanata e
corrispondente pressappoco all’attuale provincia di
Foggia. Tra il 1862 ed il 1865 il territorio di
Savignano fu invaso da bande di briganti, guidate da
Celenza Valfortore, Giuseppe Furia e Gaetano Meomartino,
i quali agirono indisturbati nella zona tra Bovino e la
stessa Savignano. Dopo l’Unità d’Italia e fino al 1880
l’area savignanese fu interessata da un vasto fenomeno
di brigantaggio che era stato presente per
tutto il XIX sec., con l’invasione da parte di numerose
bande che agirono indisturbati nella zona. Esso fu
favorito dalle enormi estensioni di bosco presenti
cosicché la zona tra Savignano e il ponte di Bovino, tra
la Ferrara e Buonalbergo fu ideale per appostamenti ed
assalti. A seguito di ciò si registrò una mobilitazione
delle gendarmerie di Ariano, Greci e Casalbore
continuamente impegnate in operazioni di perlustrazioni
e snidamenti. Anche i moti rivoluzionari del 1820 ebbero
la loro eco a Savignano così come accadde per i moti del
1848 che vi si manifestarono con la formazione dei
“comitati repubblicani carbonari o costituzionali”,
collegati a quelli di Ariano e dipendenti da Foggia.
Anche qui come altrove si registrò il notevole appoggio
da parte di rappresentanti del mondo religioso giacché i
cospiratori di Savignano trovarono rifugio ed ospitalità
in casa del sacerdote don Rocco Mottola. Tra gli
afferenti al movimento comparve un altro sacerdote, don
Pietro, appartenente alla famiglia Magone che si
distinse particolarmente in quell’occasione anche per il
contributo di Nicola, Crescenzo e soprattutto Giuseppe
considerato dalla polizia borbonica il “capo direttore”.
Un’azione particolarmente forte fu, nel 1848,
l’occupazione delle terre del duca di Bovino da parte
della popolazione che le riteneva comunali ed
arbitrariamente possedute dal feudatario. Tra gli
arrestati della successiva repressione si registrò anche
don Pietro Magone che fu trasportato a Nisida ove morì.
Dopo l’Unità d’Italia nel 1861 il Comune fu aggregato
alla nuova provincia di Avellino. Esso fu conosciuto con
il nome di Savignano fino al 1862 quando acquisì,
singolarmente visto l’avvenuto cambio di pertinenza
provinciale, la specificazione “di Puglia” che servì a
differenziarlo dagli omonimi Savignano di Romagna e
Savignano sul Panaro.
Intanto, sul finire del XIX sec.
iniziò quel fenomeno di emigrazione che porterà la gran
parte della popolazione inizialmente in America e poi
verso i Paesi europei e l’Australia. Le guerre mondiali
costarono a Savignano il contributo di diverse vite
umane, ben quaranta nella prima e quindici nella
seconda. Nel periodo intermedio, durante il fascismo si
levarono voci inneggianti alla democrazia per cui nel
1939 alcuni savignanesi furono confinati. Nel 1962 il
comune mutò nuovamente il suo nome da Savignano di
Puglia a Savignano Irpino, il che riflette la duplice
afferenza che quel territorio di confine dovette avere
in relazione alle due terre e l’avvenuto cambiamento di
pertinenza a livello amministrativo. Lo stesso anno è
tragicamente ricordato per il disastroso sisma che
arrecò gravissimi danni al patrimonio edilizio-abitativo
ed ai beni culturali locali. Il successivo sisma del
1980 provocò, invece, danni molto più contenuti. |